Difendere la libertà di espressione contro la manipolazione delle informazioni
Kate Jones è una ricercatrice e consulente sui diritti umani e sulle tecnologie emergenti. Si è occupata profusamente di disinformazione e diritti umani, governance della tecnologia e intelligenza artificiale. Inoltre, è membro del centro Chatham House. In passato, ha trascorso diversi anni lavorando in veste di avvocata e diplomatica presso l’ufficio per gli Esteri e il Commonwealth del Regno Unito, prestando servizio a Londra, Ginevra e Strasburgo e concentrandosi sul diritto internazionale in materia di diritti umani.
Nel corso dell’intervista a Kate, abbiamo analizzato alcuni aspetti della libertà di espressione, della disinformazione e della manipolazione, come ad esempio quali sono le «regole di navigazione» che i governi devono seguire durante la conduzione di campagne di informazione. Abbiamo inoltre esaminato i tentativi di mascherare operazioni di informazione maligne dietro la facciata di dichiarazioni di libertà di espressione e ciò che illustra la recente sentenza del tribunale nel caso di RT Francia contro il Consiglio europeo.
Quali sono le sue considerazioni in merito all’equilibrio tra la difesa della libertà di espressione e gli organi di informazione e la tutela delle società contro la manipolazione delle informazioni e le attività diffamatorie volte a minarle?
Kate Jones (KJ): è necessario fare chiarezza, libertà di espressione non significa che i governi siano liberi di portare avanti campagne deliberate all’insegna della disinformazione e della manipolazione, sia di portata nazionale che internazionale. Non significa neppure che i governi non detengano alcun potere per proteggere la popolazione da campagne di disinformazione calcolate provenienti da regimi stranieri.
La libertà di espressione ricopre un ruolo essenziale e, indubbiamente, non tutela soltanto le informazioni autentiche, ma anche l’espressione di ogni tipo di informazione e idea, a prescindere che si tratti di fatti oppure di pareri, veri o falsi, sinceri o satirici. La libertà di espressione permette a qualunque persona di dire quello che vuole, tranne per alcune poche eccezioni imposte dal diritto penale.
Tuttavia, la libertà di espressione non protegge dalle tecniche di manipolazione. Eppure, ci abbiamo fatto l’abitudine in altri contesti: ad esempio, accettiamo che la rappresentazione ingannevole annulli un contratto e che le recensioni false di prodotti non siano strumenti di marketing accettabili.
È possibile intervenire contro una campagna di manipolazione mirata a minare la società se mette a repentaglio la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico, poiché il suo obiettivo cardine è la destabilizzazione, e non tanto se il materiale utilizzato sia veritiero o falso. La libertà di espressione può essere limitata per scopi specifici, anche per proteggere la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico, a condizione che tali restrizioni siano lecite, necessarie e proporzionate agli obiettivi perseguiti. Ciò costituisce le fondamenta su cui la Corte di Giustizia europea ha valutato la coerenza delle attuali sanzioni europee contro RT con la libertà di espressione.
È inoltre importante controllare la fonte della disinformazione. I governi hanno responsabilità nei confronti delle informazioni a differenza dei cittadini normali, poiché le persone si basano su quello che i governi dicono. La libertà di cercare informazioni, che accompagna la libertà di espressione, implica che i governi debbano attivamente rendere di dominio pubblico le informazioni di pubblico interesse, nonché promuovere fonti di informazione diversificate. Tale responsabilità si rivela sempre più importante oggi, quando può risultare difficile per le persone individuare ciò che è vero o falso. L’altra faccia della medaglia di tale responsabilità è che i governi e i loro funzionari non dovrebbero produrre o promuovere la disinformazione.
Come era gestito l’equilibrio tra la libertà di espressione e la disinformazione prima dell’avvento dei social media?
KJ: la disinformazione ci accompagna da secoli. La propaganda ha destato una forte preoccupazione all’indomani della Seconda guerra mondiale. Infatti, era ritenuta una minaccia per la pace e la sicurezza globale, seconda solo alla bomba atomica. A quell’epoca l’attenzione si incentrava sulla propaganda radiofonica, dato che gli apparecchi radio erano appena diventati diffusamente disponibili. Ciò significa che un folto numero di persone era in grado di ricevere informazioni direttamente dall’estero in tempo reale.
I redattori degli strumenti fondamentali per i diritti umani percepirono che le campagne di disinformazione governative straniere presentavano un notevole rischio in grado di sfociare in disordini sociali, destabilizzando i governi. René Cassin, in qualità di delegato francese ai negoziati per il Patto internazionale dei diritti civili e politici, definì la propaganda un «fenomeno vizioso, … [un] condizionamento mentale e uno stupro spirituale delle masse». Esisteva una visione comune per cui la libertà di espressione non doveva sottintendere un rischio di esposizione a propaganda e disinformazione senza limiti.
Al tempo stesso, sussistevano inoltre motivazioni solide secondo cui la propaganda dovesse essere sconfitta tramite misure volontarie e il «mercato delle idee», e per questo motivo non furono accettate proposte più estreme. Ad esempio, la proposta dell’URSS di modificare il progetto di disposizione della dichiarazione universale dei diritti umani sulla libertà di espressione vietando il «discorso bellicoso e fascista» fu respinta con 41 voti favorevoli, 6 contrari e 9 astensioni. In definitiva, il Patto internazionale sui diritti civili e politici proibisce la «propaganda di guerra», così come la promozione dell’odio che costituisce incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza. I parametri specifici di tali divieti sono stati a lungo controversi.
Il Patto internazionale dei diritti civili e politici è il trattato delle Nazioni Unite a cui i governi acconsentono per proteggere i diritti civili e le libertà fondamentali, dal diritto alla vita e la protezione contro la tortura alle libertà di espressione e associazione. Molte di tali disposizioni sono simili alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo; tuttavia, il patto è aperto a tutti gli Stati delle Nazioni Unite, che hanno quindi la possibilità di diventare parti, piuttosto che solo ai 46 paesi membri del Consiglio d’Europa.
Ciononostante, la propaganda e la disinformazione si sono affermate come le armi principali della guerra fredda. Alcune delle ultime campagne di disinformazione a cui abbiamo assistito sembrano attingere a tattiche affinate negli anni cinquanta. Analogamente alle campagne degli anni cinquanta, le campagne del 2015-2016 realizzate dall’Internet Research Agency che prendevano di mira le elezioni presidenziali statunitensi si basavano sull’inondazione dell’ambiente dell’informazione con un numero molto elevato di messaggi e annunci pubblicitari, oscurando le origini dei messaggi e avvalendosi di delegati a livello locale per la loro diffusione, impersonificando pubblicazioni reali allo scopo di conferire un’aria di autenticità ai messaggi.
Quale aspetto dovrebbe assumere un approccio basato sui diritti umani per contrastare la disinformazione?
KJ: un approccio basato sui diritti umani dovrebbe accordare la priorità sia alla libertà di espressione che alla libertà di pensiero e opinione: dovrebbe permettere alle persone di parlare liberamente e di avere accesso a una serie di fonti differenti di informazione affinché possano decidere senza l’ingerenza della manipolazione. È necessario prestare attenzione per garantire che qualunque restrizione sulla disinformazione non offra ai governi o a enti privati potenti il via libera per esercitare un controllo illimitato su quello che dicono le persone, oppure su ciò che sono in grado di sentire. È possibile mitigare questo rischio coinvolgendo enti di regolamentazione investiti del mandato di salvaguardare i diritti umani.
Un approccio basato sui diritti umani è caratterizzato da diverse dimensioni, e l’UE sta spianando la strada a molte di queste. L’alfabetizzazione mediatica e digitale rivolta a tutte le persone, dai bambini agli anziani, è determinante per aiutare le persone a navigare l’ambiente dell’informazione. Inoltre,è indispensabile sostenere media indipendenti, pluralistici e adeguatamente finanziati di modo che chiunque abbia accesso a fonti indipendenti e attendibili di informazione. Lo smascheramento della disinformazione e l’etichettatura di informazioni opinabili sono a loro volta tasselli importanti del mosaico. Oggi, sono presenti numerosi esempi eccellenti di strumenti di segnalazione della disinformazione e di iniziative di verifica dei fatti in tutto il mondo.
Eppure, se da un lato si rivela essenziale fornire alle persone gli strumenti e i mezzi per accedere a una serie di informazioni, dall’altro ciò non risulta sufficiente per difendersi da campagne di manipolazione deliberate messe a punto da forze che tentano di compromettere la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico. I governi e le piattaforme dei social media possono fare molto di più per difendere e preservare un ambiente dell’informazione libero e pluralistico.
In primo luogo, i governi hanno la facoltà di vietare o sanzionare la manipolazione premeditata condotta da forze straniere, purché il divieto sia strettamente limitato a ciò che occorre per proteggere la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico. Il reato di ingerenza straniera proposto dal governo britannico è un esempio interessante. Questo nuovo reato, accuratamente redatto, considererebbe appunto un reato la manipolazione intenzionale eseguita da una persona in base a come esercita le proprie funzioni pubbliche o partecipa ai processi politici, qualora siano soddisfatte due condizioni. La prima riguarda il fatto che la manipolazione implichi la commissione di un reato o un atto di coercizione oppure una dichiarazione fuorviante, mentre la seconda è che tale azione sia effettuata da una persona che intende trarre benefici da una forza straniera, oppure è associata a essa. Sul fronte delle sanzioni, il Tesoro degli Stati Uniti attua un sistema di sanzioni in risposta alle interferenze straniere nelle elezioni statunitensi.
In secondo luogo, i governi possono vietare casi specifici di campagne di disinformazione che pregiudicano la sicurezza nazionale o l’ordine pubblico, come ad esempio le sanzioni imposte dall’UE a RT, Sputnik e ad altri tre organi di informazione russi controllati dallo Stato, a condizione che tali divieti siano conformi alla legge, necessari e proporzionati in tutte le situazioni.
In terzo luogo, i governi e le piattaforme dei social media possono gestire la modalità di utilizzo delle piattaforme quali canali per la manipolazione, individuando e sconvolgendo gli schemi del comportamento manipolatorio. Abbiamo visto che la struttura delle piattaforme si è spesso prestata alle campagne di disinformazione e che dal 2017 le piattaforme stesse hanno compiuto diversi passi per combattere la disinformazione, tra cui la battaglia di Facebook contro comportamenti coordinati e non genuini e quella di Twitter per combattere la manipolazione delle piattaforme. Tuttavia, la strada è ancora lunga. Le nuove leggi e politiche stanno progressivamente richiedendo alle piattaforme di migliorare i propri sforzi, il che comprende inoltre il codice di condotta sulla disinformazione rivisto dell’UE e l’intenzione del governo britannico di designare il nuovo reato di ingerenza straniera come reato prioritario nell’Online Safety Bill (il che significa che le piattaforme avranno l’obbligo di utilizzare sistemi e processi proporzionati per ridurre al minimo l’esposizione delle persone a interferenze straniere).
Qual è la linea di demarcazione tra le campagne di comunicazione legittime e le campagne o le operazioni di disinformazione illegittime?
KJ: esiste una differenza enorme tra le campagne progettate per fornire alle persone i fatti e una diversità di punti di vista e le campagne concepite per manipolare le persone e portarle a una visione distorta, oppure verso la guerra o la violenza. Tuttavia, i confini tra l’attività lecita nell’ambito delle operazioni di informazione non sono ancora stati tracciati in modo netto o concordati a livello internazionale. Questo genere di ambiguità gioca a favore di coloro che intendono manipolare l’opinione pubblica mediante la disinformazione: ciò rende difficile rispondere in maniera efficace all’attività illegittima e lascia lo spazio a confronti infondati e insinuazioni di ipocrisia.
Sarebbe utile definire chiaramente i confini tra le operazioni di informazione legittime da un lato e le campagne illegittime di disinformazione e manipolazione dall’altro. Non si tratta di un esercizio semplice, in parte perché le operazioni di informazione assumono un vasto ventaglio di forme e abbracciano tempi di pace e conflitti armati, ai quali si applicano regimi giuridici diversi. Eppure, questo compito risulta fondamentale: stabilire parametri concordati per le operazioni di informazione agevolerebbe l’adozione di un approccio basato sui diritti umani allo scopo di contrastare le campagne di manipolazione.